La Storia Infinita

Via nuova sulla Grigna Settentrionale - Parete O
Benigno,Lorenz e Andrea 18 e 19 dicembre 2003


 
 

Se qualcuno mi avesse predetto che avrei passato la notte di giovedi 18 dicembre 2003 bivaccando sulla parete Ovest del Grignone un centinaio di metri sotto la vetta, gli avrei dato del mago da due soldi. Bivaccare in grigna ? Ma per piacere! Bonatti e Mauri lo facevano ogni tanto. Andavano a passare la notte in maglietta a maniche corte come preparazione alle loro imprese. E lo facevano di proposito.
Ma, per citare un noto film, “la vita č come una scatola di cioccolatini, non sai mai cosa ti capita”. E allora cominciamo dall'inizio, cioe' dal martedi prima quando sento al telefono Benigno Balatti per la conferma. Si tratta di andare a fare "una via nuova" a destra del classico canalone Ovest del Grignone. "Via molto tecnica con un salto di roccia alla base, il resto di misto e goulotte" mi fa al telefono.
Conosco Benigno da qualche anno ormai, da quella prima volta nel novembre 2001 quando, insieme agli altri amici della cerchia stretta Fabio, Matteo e Massimo, ci ha portato nel bel mezzo della seraccata dei P.zi Gemelli in val Bondasca. Era il mio addio al celibato, non certo all'alpinismo. Da allora abbiamo compiuto altre ascensioni insieme, dalla zona del Disgrazia a quella del Bernina/Palu', passando piu' volte per le Grigne. L'alpinismo del Benigno e' senza compromessi, Benigno stesso e' senza compromessi e per questo quando combiniamo una uscita insieme mi si accende sempre la luce negli occhi. Questa volta poi, l'occasione e' speciale perche' si va a fare una via nuova che per quanto mi riguarda e' una novita' assoluta. Ma non certo per lui che ha costellato con il suo nome le guide del CAI dei gruppi del Bernina e delle Grigne. Per non parlare del Monte Disgrazia, del quale credo che si possa ritenere il massimo conoscitore esistente.

Alle 4 di giovedi ci troviamo a Mandello, siamo in tre perche' c'e' anche Andrea, un ragazzo di 18 anni che e' gia' stato in giro col Benigno. In perfetto stile alpinistico lariano tradizionale, e' vestito di una maglietta di cotone, camicia leggera a quadrettoni, maglione di lana, calzamaglia, pantaloni di una normalissima tuta Adidas, berretto rosso di lana e giacca in goretex. Niente altro a parte i guanti. Avverto un certo sapore dei tempi andati. Io invece sono "el Milanes" e come tale sono attrezzato con capi un po piu' tecnici. Capilene, Fleece, Goretex, Schoeller e cose del genere.

Dal Cainallo puntiamo verso la Bietti, da qui seguiamo per un tratto il sentiero che porta verso il Sasso Cavallo e quindi cominciamo a rimontare i pendii sovrastanti verso il ben noto canalone. Comincia a farsi chiaro e le condizioni del manto nevoso sono ottime, tanto che ci attrezziamo di ramponi.
All'altezza di una piccola grotta ci leghiamo per affrontare direttamente l'ultimo tratto di misto che porta all'attacco della via. Questa comincia con un salto roccioso di una decina di metri da affrontare in diagonale verso destra. Pronti via e il primo tiro impegna il Ben per piu' di un'ora e mezza. La roccia infatti si presta male, anzi malissimo ad essere chiodata come si deve. Vi si trovano dei buchi svasati dove i friend lavorano male, non si trovano clessidre manco a pagarle e mediamente solo un chiodo su tre da l'impressione di "cantare" bene. D'altra parte il Ben la sa lunga e si prende tutto il tempo necessario per chiodare, staffare, sbuffare, scalare nonche' imprecare. Sara' cosi' per tutta la salita. Pronti via, ora tocca a noi raggiungerlo in sosta. Di fatto, Andrea ed io ci siamo divisi i compiti in questa maniera: io gestisco le corde e faccio sicura al primo, lui invece si occupa di schiodare man mano che sale. Dunque parto prima io e manco a dirlo quei dieci metri di roccia mi impegnano subito al massimo tant'e' che mi attacco brutalmente ai chiodi buoni e alle staffe.

Giunto in sosta guardo il Ben con sincera ammirazione. Vista dal basso non sembrava cosi' impegnativa ed invece siamo daccordo entrambi che come difficolta' siamo intorno al V / V+. Sopra la sosta ci attende un breve salto di roccia poco strapiombante che ci obbliga ad usare ancora le staffe. Per uscire dal tratto roccioso e' necessario impugnare una piccozza poiche' non c'e' altro modo per tirarsi su. Una volta usciti, in posizione scomoda, ci rimettiamo i ramponi per affrontare un altro breve salto verticale, questa volta di ghiaccio.

Salti rocciosi strapiombanti, sempre molto difficili da proteggere, seguiti subito dopo da ghiaccio fine o neve che non offre la giusta presa alle piccozze, sono la costante di questa salita. I tratti piu' facili sono costituiti da goulotte sui 60 gradi di neve dura dove, almeno qui, riusciamo ad avanzare speditamente.
Siamo pero' costretti a perdere molto tempo sui tratti di roccia e nell'attrezzare le soste. Queste infatti devono dare una certa garanzia visto la precarieta' del terreno.

Sull'ennesimo di questi salti, Andrea parte per raggiungere il Ben lasciando a me il compito di schiodare la sosta. Ma, alzatosi di circa un metro e posato il piede sulla prima staffa, questa cede facendolo volare di un paio di metri sul fondo nevoso alla base del salto roccioso. Il friend cui era attaccata la staffa non ha retto il peso. Per fortuna Andrea non si e' fatto nulla, a parte il fatto di essersi imbiancato completamente. Si sta facendo buio e occorre accelerare le operazioni. Cosi' mentre Andrea si risistema parto io. Ma adesso senza piu' la staffa e' ancora piu' difficile. Decidiamo quindi di usare il Jumar che fino adesso abbiamo tenuto nello zaino, uno ciascuno.

In pochi minuti raggiungo Benigno alla sosta piu' comoda della giornata. Andrea invece e' in crisi e non riesce a salire. Benigno deve scendere fino a lui a dargli una mano. Dopo molti stenti e quando ormai l'oscurita' e' calata del tutto, entrambi arrivano in sosta. Secondo i calcoli dovremmo essere ad uno, due tiri al massimo dall'uscita in cresta. Benigno prova quindi a salire ancora, alla sola luce della frontale e avvolto nella nebbia piu' totale. Qualche fiocco di neve di tanto in tanto volteggia nel fascio di luce. Il tempo sembra non passare mai, le corde scorrono lentamente fino a che si arrestano completamente ed incomincia il suono ormai caratteristico dei colpi di martello. Sono momenti quasi surreali, mi chiedo se sono davvero io ad essere li oppure se non mi sia troppo immedesimato in Giusto Gervasutti leggendo il suo libro. Andrea intanto si e' ripreso del tutto ed e' seduto accanto a me che faccio sicura. Mi sembra che ci voglia una eternita' a preparare la sosta mentre un pensiero si fa sempre piu' spazio nella mia mente. Fino a che dalla nebbia mi giungono queste parole: "torno indietro, qui e' troppo pericoloso". Il pensiero dunque si concretizza. Dovremo bivaccare, a poche decine di metri dall'uscita. Una vera beffa. D'altra parte Benigno mi dice che la sosta era troppo poco sicura, che l'indomani la rinforzera' con un chiodo ad espansione. Nella sfortuna di dover affrontare un bivacco non voluto, a circa 2200 m, poco sotto l'uscita della via, almeno ci troviamo nella posizione piu' comoda della giornata. Siamo sotto uno strapiombo roccioso che ha creato una buca di neve naturale nella quale riusciamo a sederci comodamente con la schiena appoggiata alla parete e le gambe forzatamente raccolte. Appendiamo tutto il materiale alla sosta, opportunamente rinforzata. Con il tratto di corda rimasto, il sacchetto porta imbrago, quello porta ramponi ed i guanti di riserva, faccio una sorta di cuscino sopra il quale sedersi per non essere a contatto diretto con la neve. Infiliamo le gambe nello zaino, mangiamo qualche biscotto, un pezzo di cioccolato, un sorso di the ormai freddo e ci apprestiamo a passare cosi' la notte. Sono solo le otto di sera e sappiamo che fino alle sette di domani non avremo luce. Mi chiedo come faremo ad ingannare il tempo per ben undici ore, visto che di dormire non se ne parla neanche. Nel frattempo siamo riusciti ad avvisare via telefono parenti e amici cosi' che non si preoccupino nel non vederci tornare. In realta' a qualcuno facciamo credere che siamo usciti in vetta e che ci fermiamo al rifugio, mentre a Fabio e Matteo spieghiamo esattamente come stanno le cose. Non si sa mai.

Il termometro del mio orologio oscilla continuamente intorno ai 4 gradi sotto zero. Tutto sommato la temperatura non e' cosi' rigida da farcela vedere brutta. La bassa pressione, le nuvole e la nebbia fanno si che non precipiti ben piu' in basso. Durante la notte la nebbia si alza oltre la montagna aprendo sotto di noi la visuale sulle luci di Mandello e tutto il lago di Lecco. Alternando tra momenti di dormiveglia, di ginnastica per combattere il gelo, di qualche battuta scambiata con gli altri, di occhiate all'orologio, di qualche sigaretta, arriviamo fino alle sette del venerdi dopo. E' ora di muoverci. Il Ben risale velocemente alla sosta della sera prima, si prende il suo tempo per rinforzarla con un chiodo a espansione per poi far salire noi, uno alla volta. Parte prima Andrea e poi, non prima di avere recuperato i chiodi dalla sosta del bivacco, tocca a me.

L'ambiente e' straordinariamente bello. Mi trovo in una goulotte non piu' larga di un metro. Le pareti ai miei lati sono completamente rivestite di una patina di ghiaccio, mi guardo indietro e vedo che tutto il paesaggio, fin giu' alla Bietti, e' imbiancato allo stesso modo.

Circa 50 metri sopra di me invece si trova la cornice di neve che si stacca dalla cresta del Grignone. Giunto in sosta siamo fiduciosi di uscire in breve tempo dalla via.
Ma c'e' un altro insidiosissimo salto di roccia da superare che ci impegnera' per un paio d'ore. Sono le 11 del mattino quando finalmente ci ritroviamo tutti e tre sulla cresta della traversata alta delle Grigne a meno di 5 minuti dal rifugio Brioschi. Siamo completamente soli, il rifugio e' chiuso.

Mentre facciamo su le corde cominciamo a giocare sul nome da dare alla via: "La via della disperazione!", "No, e' un nome che ho gia' dato ad un'altra via!" dice il Ben. "La storia infinita", "Ah! Mica male questa". "Ah, volevo dirvi gia' da prima che volevo dedicare questa via alla memoria del Marco della Santa". Il Ben lo conosceva molto bene, fin da quando era un bambino. "Per me e' un onore", "Gia', e' un onore" fa lui.

Scendendo dalla cima verso il rifugio Bogani, vedo in lontananza il Fabio che e' salito per venirci incontro, con un termos di the bollente e qualche brioche. E' bello, ancora una volta, riunirsi ai propri amici.

Lorenz